Nell’era dell’intelligenza artificiale, la domanda che sento fare più spesso è: quali competenze umane hanno ancora senso? Ho provato a rispondermi partendo da un lunedì mattina e da due newsletter che non avrebbero potuto sembrare più lontane.
Il contatore di Gmail mi fa venire l’ansietta. Quando arrivo a cento email non lette (e ci arrivo, regolarmente) mi metto a leggere a ritroso. La maggior parte sono newsletter. Croce e delizia, e anche un po’ guilty pleasure: ogni tanto mi dico che sono troppe, che dovrei cancellarmi da qualcosa. Ma poi rimando perché un po’ ho la FOMO pure io…
Ogni tanto succede una cosa strana. Ne leggo un po’ tutte insieme, su temi diversissimi, e ci vedo un filo rosso, come se ci fosse una domanda di fondo comune, anche se gli svolgimenti non si assomigliano per niente. È successo un lunedì mattina, con due newsletter che non avrebbero potuto sembrare più lontane. La prima arrivava dalla newsletter di Common People Club che citava (la mia adorata) Nora Ephron. A un certo punto compariva una frase semplice:
Le lettere non si possono scrivere mentre si fa altro. E noi, invece, ci siamo abituati a ottimizzare il tempo, a riempire ogni spazio, a pensare di poter fare tutto insieme.
La seconda arrivava da Work After, la newsletter di Matteo Roversi che qui parlava di intelligenza artificiale e futuro del lavoro. L’autore sosteneva che gran parte del lavoro cognitivo che oggi svolgiamo verrà progressivamente automatizzato e che il bene scarso del futuro non sarà più la conoscenza del mondo, ma la conoscenza di sé.
Una parlava di lettere. L’altra di intelligenza artificiale. Eppure entrambe sembravano indicare la stessa direzione.
Perché l’economia della conoscenza non basta più
Per anni ho dato per scontato, e credo che in molti lo abbiano fatto, che il valore stesse nell’accesso all’informazione: studiare di più, sapere di più, produrre di più, condividere di più. L’economia della conoscenza è stata costruita su questo presupposto, e per un lungo periodo ha funzionato. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale. E per la prima volta ci troviamo davanti a uno strumento capace non solo di recuperare informazioni, ma di organizzarle, sintetizzarle, contestualizzarle e trasformarle in azione. Non perfettamente, non ancora. Ma abbastanza bene da rendere inevitabile almeno una domanda scomoda.
Se la conoscenza non è più il vantaggio, su cosa stiamo costruendo il nostro valore?
→ AI e creatività umana: il nuovo volto delle destinazioni turistiche
Quando misurare tutto diventa un ostacolo alle competenze umane
Abbiamo imparato a misurare quasi tutto, soprattutto negli ultimi anni. Misuriamo le visualizzazioni, i follower, le recensioni. Perfino i passi mentre camminiamo, perfino la produttività. Anche il tempo libero sembra dover giustificare la propria esistenza. Un viaggio? Dovrebbe trasformarci. Un libro dovrebbe insegnarci qualcosa. Un hobby dovrebbe diventare un progetto. Una conversazione dovrebbe generare opportunità. Una passeggiata dovrebbe contare come allenamento, no? Abbiamo iniziato a valutare le cose in base a ciò che producono. E forse, nel frattempo, abbiamo smesso di chiederci che cosa hanno da dirci.
L’attenzione non si ottimizza: la competenza umana che nessun algoritmo può replicare
Per questo continuo a tornare con il pensiero a quella frase. Una lettera richiede attenzione. Richiede del tempo, di dedicarsi a una persona senza sapere esattamente che cosa si otterrà in cambio e se si otterrà in cambio qualcosa, banalmente anche solo una risposta. In un certo senso è l’opposto della logica che governa gran parte della nostra vita digitale. Scrivere una lettera, intendo prendere carta e penna, non può essere ottimizzata. Non si accelera, non si delega, non si fa mentre si fa altro. È rimasta esattamente com’era.
→ Il tempo vuoto non esiste più. E il viaggio lo sa bene.
Le competenze umane nell’era dell’intelligenza artificiale: non produrre risposte, ma fare domande
Credo che il bene più scarso e quindi prezioso del futuro non sarà la capacità di trovare risposte, sarà la capacità di formulare domande, non sarà accumulare informazioni, sarà attribuire significato. Non sarà nemmeno sapere tutto, sarà capire che cosa conta davvero per noi, per una persona o una comunità di persone, per un’azienda o un’organizzazione ma anche per una destinazione e un territorio.
L’intelligenza artificiale può aiutarci a sintetizzare il mondo ma non può decidere chi vogliamo diventare. Non può nemmeno stabilire che cosa ha valore per noi e non può scegliere una direzione. Quello resta un compito profondamente umano.
Le competenze che resteranno preziose sono quelle più difficili da “simulare”: costruire relazioni autentiche, tenere insieme persone e comunità intorno a un obiettivo condiviso, scegliere una direzione anche in assenza di certezze, riconoscere ciò che conta per un territorio o un’organizzazione anche quando non è ancora misurabile. Non competenze astratte ma competenze profondamente umane, che si coltivano nel tempo e non si delegano a nessuno strumento.
→ Per essere originali bisogna farsi le domande giuste
Il lavoro dei prossimi anni: coltivare ciò che le macchine non fanno
Il lavoro dei prossimi anni non sarà imparare a competere con le macchine, sarà imparare a coltivare ciò che le macchine non possono fare al posto nostro: la capacità di osservare, di ascoltare, di scegliere, di costruire significato, di riconoscere ciò che conta anche quando non genera un risultato immediatamente misurabile.
In fondo, credo che sia questo il motivo per cui continuo a interessarmi di persone, comunità, organizzazioni e territori. Non perché abbiano bisogno di più informazioni quelle non sono mai state così abbondanti (!). Ma perché tutti, prima o poi, ci troviamo davanti alla stessa domanda.
Chi siamo? E soprattutto: dove vogliamo andare?
È una domanda che nessuna tecnologia può risolvere al posto nostro (io me la sto facendo spesso). Ed è probabilmente la domanda più importante che possiamo farci.
Se te la stai facendo anche tu, scrivimi: mi interessa capire come le stai affrontando. Oppure iscriviti alla newsletter per continuare la conversazione.
Bonus: le newsletter che sto leggendo (e che ogni tanto si parlano senza saperlo)
- Common People Club — Cultura pop, libri e vita quotidiana, con una voce che sa stare ferma sulle cose. È qui che ho ritrovato Nora Ephron…
- Work After di Matteo Roversi — Come sta cambiando il lavoro, senza ottimismi facili e senza catastrofismi (che io ho già abbastanza ansiette…).
- Cosa Vedi di Lisa Furlan — Ogni settimana una storia in pinacoteca. Mi sento sempre come se fossi seduta su un divanetto davanti a un quadro e lo vedessi davvero per la prima volta.
- Out of Feed di VD News (Melissa Aglietti) — Un passo fuori dal flusso degli algoritmi, ogni sabato. Giornalismo lento di approfondimento su temi che contano.
- Pillole di Felicità di Raffaella Ronchetta — Una newsletter che parla di cura, di parole e di quello che fa bene. Arriva sempre quando ne ho bisogno…
- Fosforo e miele di Roberta Villa — Salute e società, la medicina che mi/ci riguarda davvero. Perché voglio capire le notizie, non solo leggerle.
- Il colore verde di Nicolas Lozito — Crisi climatica, ogni sabato. La leggo in cinque minuti, ci penso per tutta la settimana…
- L’arte della community di Alessio Fattorini — Community, lavoro in team e collaborazione. Per chi come me crede che le persone insieme facciano meglio.
- Render di Artribune — Rigenerazione urbana e cultura per nutrire l’urbanista-che-non-c’è-stata, dentro di me. Per chi come me si chiede cosa succede quando uno spazio cambia, e con esso le persone che lo abitano.
- Ellissi di Valerio Bassan — Il futuro dei media e di internet, con uno sguardo strategico e mai noioso.
- Anomalia. Umani in tempi artificiali di Ilaria Maria Dondi — L’intelligenza artificiale letta dal punto di vista delle persone, con uno sguardo critico su genere, lavoro e disuguaglianze. Perché non se ne parla mai abbastanza.
Foto di James Genchi su Unsplash.