Il tempo vuoto non esiste più. E il viaggio lo sa bene.

Il tempus vacui nelle stazioni, nelle relazioni, nei viaggi: cosa abbiamo perso quando abbiamo smesso di stare senza fare niente

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C’era, nelle stazioni ferroviarie di una volta, una stanza che si chiamava sala d’attesa. Non vendeva niente. Non offriva esperienze. C’erano dei posti a sedere, speso spartani e poi c’erano persone che lì, aspettavano il loro treno. Aspettavano, e basta. Guardavano fuori dalla finestra, leggevano il giornale, a volte si rivolgevano la parola senza sapere perché. Quel tempo non aveva uno scopo dichiarato. Ed era, in un senso preciso, tempo libero: libero da produzione, da consumo, da performance.

Oggi quelle sale non esistono più. Al loro posto ci sono negozi, caffetterie, lounge accessibili solo con biglietti di prima classe. Lo ha raccontato di recente Alessandro Calvi su Internazionale in un reportage sulle stazioni italiane: le sale d’aspetto sono sparite, sostituite da spazi commerciali o da panchine (spesso fredde e scomode) negli atri. Se vuoi stare seduto comodo, devi pagare.

Non è una notizia solo architettonica. È una notizia antropologica.

Quando il tempo vuoto è diventato un problema da risolvere

La stessa cosa sta accadendo alle relazioni. Lo analizza Rame Platform in un recente approfondimento: proporre un incontro “a costo zero” (senza bar, senza aperitivo, senza un’attività che faccia da cornice) è diventato socialmente imbarazzante. Come se il tempo condiviso avesse bisogno di una giustificazione esterna per avere valore. Come se vedersi non bastasse, e occorresse fare qualcosa insieme per legittimare l’incontro.

Julian Baggini, in un articolo pubblicato sempre su Internazionale, parla di “era della strumentalizzazione”: le relazioni vengono sempre più valutate per i benefici che offrono: esperienziali, economici, di status, … perdendo di vista il valore intrinseco della persona e del tempo condiviso.

Non stiamo solo cambiando il modo in cui ci vediamo o aspettiamo il treno. Stiamo cambiando il modo in cui concepiamo il tempo non strutturato. E il viaggio è il luogo in cui questa trasformazione si vede nel modo più nitido.

Il viaggio come specchio

Chi lavora con le destinazioni turistiche, come faccio io, sa che negli ultimi anni è cambiato il vocabolario del settore. Si parla sempre meno di “soggiorno” e sempre più di “esperienza”. Si progettano itinerari che ottimizzano ogni ora della giornata. Si vendono pacchetti che promettono di riempire il tempo in modo memorabile, autentico, possibilmente instagrammabile.

Il turista contemporaneo ha paura del tempo vuoto quanto il pendolare che non trova più una panchina in stazione. Prenota attività, acquista esperienze guidate, segue percorsi curati da qualcun altro. Non perché sia pigro o superficiale: ma perché il sistema economico e culturale che lo circonda gli ha insegnato che il tempo non occupato è tempo sprecato.

Il turismo esperienziale, nella sua forma più diffusa, non è una risposta alla superficialità del turismo di massa: è la sua evoluzione. Invece di comprare un souvenir, si compra un’esperienza. Invece di consumare un oggetto, si consuma un momento. La logica è la stessa.

Cosa si perde nel viaggio senza vuoto

Il neuropsicologo Lutz Jäncke, dell’Università di Zurigo, ha contribuito a una ricerca condotta da GfK su commissione di Swiss Airlines, che indica come i ricordi di viaggio occupino un posto privilegiato nella nostra memoria proprio perché associati a emozioni positive fuori dalla routine quotidiana. Non dalla quantità di cose viste, ma dalla qualità dell’attenzione con cui le abbiamo vissute. È una premessa, non una certezza assoluta. Ma suggerisce che il tempo non strutturato, quello in cui non stiamo inseguendo un’agenda, potrebbe essere proprio la condizione in cui quell’attenzione si libera. Non è detto che accada sempre. È più probabile che accada lì che altrove.

L’incontro casuale con qualcuno del posto che non stava aspettando turisti. La scoperta di una trattoria senza recensioni perché ci siamo seduti dove ci siamo seduti, senza pianificazione. La conversazione sul treno regionale con una persona che non avremmo mai cercato su Airbnb Experiences. Il pomeriggio senza agenda in un paese piccolo, in cui ci siamo accorti che il tempo ha un ritmo diverso.

Questi momenti non accadono dentro un itinerario ottimizzato. Accadono nei vuoti.

Il viaggio lento, quello che molte destinazioni stanno cercando di promuovere come alternativa al turismo mordi e fuggi, è essenzialmente un viaggio che reintroduce il tempus vacui. Non come nostalgia, ma come strategia narrativa e umana: rallentare abbastanza da permettere all’imprevisto e all’inaspettato di accadere.

La socializzazione selettiva e il ritorno al vuoto

C’è un segnale interessante che arriva dal mercato. Recenti analisi documentano un fenomeno emergente: la “socializzazione selettiva”. A causa del costo della vita, sempre più persone stanno riducendo le uscite nei bar e nei ristoranti, non perché non vogliano vedersi, ma perché il modello “socialità = consumo fuori casa” è diventato economicamente insostenibile.

Il risultato paradossale è che la pressione economica sta producendo quello che la riflessione culturale non era riuscita a produrre: la riscoperta del tempo condiviso gratuito. Ci si vede a casa. Si cammina insieme. Si cucina insieme. Si torna, in qualche modo, a una forma di relazione che non dipende da un servizio acquistato.

Anche le città stanno reagendo, anche se lentamente. Biblioteche e librerie stanno recuperando il ruolo di spazi di socialità gratuita. I parchi vengono riprogettati per favorire la sosta. Si moltiplicano gli spazi di incontro non commerciali. Come se, dopo anni di colonizzazione del tempo libero da parte della logica del consumo, qualcosa stesse cercando di tornare.

Una questione di narrativa territoriale

Per chi si occupa di comunicazione dei luoghi (e qui torno al mio campo specifico) tutto questo ha implicazioni dirette.

Tutta la comunicazione territoriale contemporanea ragiona per esperienze: cosa fare, cosa vedere, cosa assaggiare. È una logica comprensibile; le esperienze si vendono, si recensiscono, si condividono. Ma ha un effetto collaterale che nel tempo diventa strutturale: riduce l’identità di un territorio a ciò che è stato scelto di raccontare, rendendo invisibile tutto il resto.

Il caso dei borghi italiani è istruttivo, anche se non nel senso in cui viene di solito citato. Anni di comunicazione costruita intorno all’estetica del “borgo autentico” hanno portato attenzione su luoghi prima ignorati, ma al prezzo di cristallizzare una narrazione così selettiva da diventare distorcente. Antonio De Rossi, nel volume collettivo Contro i borghi (Donzelli, a cura di Barbera, Cersosimo e De Rossi), parla di un “ideale borghigiano” che ha staccato i luoghi dalla loro realtà quotidiana – dal lavoro, dalle comunità, dai servizi, … per ridurli a scenografia. Il risultato è che ciò che non si adattava al frame estetico è semplicemente sparito dalla mappa percettiva del viaggiatore. Non perché non esistesse, ma perché nessuno l’aveva raccontato come degno di esistere.

La Sardegna d’estate e la Sardegna di marzo vivono sullo stesso territorio. Ma per decenni la comunicazione ha investito quasi esclusivamente in una delle due versioni, e oggi andare in Sardegna a Pasqua sembra un’eresia e non per ragioni climatiche, ma narrative.

È possibile costruire un’identità territoriale abbastanza piena e complessa da reggere anche fuori stagione, anche senza un’esperienza confezionata da vendere? Un’identità che non selezioni e romanticizzi, ma che tenga insieme la complessità di un luogo?

Non ho una risposta definitiva. Ma so da dove si comincia.

Si comincia chiedendo a chi abita un territorio cosa lo rende degno di essere vissuto, non visitato. È la differenza tra costruire una narrazione per il turista e costruire una narrazione con il luogo. Alcune destinazioni internazionali lo stanno già facendo: processi di co-progettazione in cui l’identità non viene inventata a tavolino, ma ascoltata dalla comunità prima di essere comunicata all’esterno. Il principio di fondo è semplice quanto radicale: un posto che vale la pena di abitare vale la pena di visitare. Il contrario non è necessariamente vero.

È un cambio di direzione, prima ancora che di strategia. E nel mio lavoro, è l’unico punto da cui ha senso partire.

Il tempo vuoto è un atto politico

Nelle stazioni mancano le panchine. Nelle agende mancano i pomeriggi senza programma. Negli itinerari mancano i giorni liberi. Non è una coincidenza: è la logica di un sistema economico che ha bisogno che ogni momento produca qualcosa di misurabile.

Rivendicare il tempus vacui – nella relazione, nel viaggio, nel territorio, è un gesto controcorrente. Non è nostalgia per un passato che probabilmente era meno idilliaco di come lo ricordiamo. È la consapevolezza che alcune delle cose più importanti che ci accadono hanno bisogno di spazio non programmato per poter accadere.

Le sale d’attesa nelle stazioni non torneranno. Ma forse possiamo smettere di costruire i nostri viaggi e le nostre relazioni come se fermarsi fosse sempre un lusso che non possiamo permetterci.

Foto di Andreea Popa su Unsplash.

Cristiana Stradella è narrative direction consultant. Aiuta destinazioni, DMO e operatori turistici a costruire identità di territorio prima ancora di comunicarle. Lavora sotto il brand Un’altra Strada.

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